domenica 17 novembre 2013

Editoriale: brain waste, quando le menti che in Italia vengono buttate nel bidone si trasformano in diamanti per gli altri Stati



Se una Nazione è povera di materie prime, non ha petrolio, non ha gas, quale potrebbe essere la sua ricchezza? 
I neuroni...si, avete capito bene, i cervelli della sua popolazione che grazie all'ingegno e alle idee fanno progredire il suo sviluppo nei vari campi, da quello delle arti a quello della scienza.
In Italia i giovani con estrema faciloneria sono stati etichettati come "bamboccioni", cocchi di mamma incapaci di staccarsi dalle sue gonne, immaturi, ragazzi che preferiscono rimanere al sicuro nel nido della propria infanzia piuttosto che provare a spiccare il volo. Ma è proprio così?
Attualmente possiamo assistere a due fenomeni che se non verranno fermati potrebbero sul lungo periodo generare un impoverimento della società italiana ben peggiore di quello in cui versa.
La pesante crisi economica che per l'Italia dovrebbe durare ancora cinque anni, (a essere positivi), sta distruggendo la spina dorsale della sua economia: le piccole e medie imprese, e di conseguenza, sta portando ad un innalzamento della popolazione di disoccupati e di inoccupati. 
I giovani italiani sono ormai consapevoli di tutto questo: del fatto che se studiano probabilmente non troveranno lavoro, e se lo troveranno difficilmente corrisponderà a quello per il quale hanno tanto faticato sui libri. Avere delle persone formate e non utilizzarle o non saperle utilizzare genera brain waste, ovvero lo spreco dei cervelli e prima ancora lo spreco delle risorse economiche che sono state utilizzate nella loro formazione.
Le ristrette prospettive spingono i giovani verso due strade: il totale disfattismo, per cui non vale la pena studiare e tanto meno mettersi a cercare lavoro e quella invece opposta dove conviene studiare e cercare lavoro, ma non certo in Italia. Ecco quindi che da un lato avremo i neet, not in education, in employment or training, ragazzi che sono fuori dal processo produttivo e formativo e la cui quota sta toccando il 22-23%, e dall'altro quei ragazzi che investono nella loro formazione, iscrivendosi sempre di più in atenei stranieri, dove purtroppo per l'Italia, rimarranno con alta probabilità anche a lavorare. 
Le fredde ed oggettive statistiche parlano chiaro: chi rimane nel nostro Paese, anche se laureato, ha alte possibilità di essere sottoutilizzato, laddove in Gran Bretagna, Francia, Germania, Nord America, ha chance di ricoprire posizioni da dirigente, ma soprattutto di avere uno stipendio più alto e ottime prospettive di crescita e di carriera.
Nella campagna acquisti dei cervelli italiani il Canada è in pole position.
Il governo canadese ha investito ben l'1,92% del Pil 2013 in ricerca scientifica e tecnologica, gli atenei canadesi hanno poi forti legami con le imprese produttive e questo genera un ciclo continuo di investimenti e soprattutto di scambio e condivisione del sapere tra università e industria, che è una delle basi per rafforzare l'economia di uno Stato.
Se continueremo a fare partire i nostri ragazzi migliori, difficilmente si potrà risalire la china in un breve periodo di tempo.